serra_Suicidio di Lucrezia

La rana, steso nel 1958,  è uno dei racconti meno noti della Banti, contenuto nella raccolta Campi Elisi (che uscirà per Mondadori nel 1963).

    E’ un racconto di chiaro contenuto esistenzialista, di cui unico personaggio è Varvara, profuga di una famiglia nobiliare russa, che a vent’anni abbandona gli agi della sua casta per capriccio, recandosi a Parigi e abbandonandosi ad una istintività e mollezza esasperata. All’epoca del racconto, però, la protagonista non ha più la bella età giovanile; e se il medesimo incanto di quell’età la coglie ancora di sorpresa, esaltandone l’esuberanza, in alti momenti l’abbandona, a macerare nella più desolante solitudine e malinconia. Varvara sta per compiere cinquant’anni e l’età diventa inaspettatamente un problema, poiché le riesce difficile “disimparare il contegno di una giovane e non ostentare la disinvoltura di una anziana.” Come a dire che è quell’epoca della vita in cui una persona non può permettersi alcun lusso, un punto in cui la giovinezza e la vecchiaia si annullano dando origine ad un essere ibrido che non riconosce più sé stesso.

    Ma il compleanno, che si fa sempre più prossimo, lo ripetiamo, è solo un pretesto lecito per scavare nella bruttezza della sua esistenza, una esistenza in cui gli amici sono paragonati ad un gatto che “gioca ad azzuffarsi con un  proprio simile e poi se ne scorda”; e il marito – perché Varvara ha anche un marito, sposato già anziano, - è sempre assorbito da impegni di lavoro e troppo pieno di sé per ricordare di avere a casa una moglie che lo aspetta. E in più, come non fosse abbastanza, non si può asserire che la nostra Varvara nutra per lui un sentimento profondo: “non è un padre, non è un amico, è un uomo difficile da sopportare [] gli vuole un bene triste, da cane incompreso e fedele”.

    Potrebbe sopportare tutta questa desolazione, Varvara? Chi lo potrebbe?

    E’ allora, ossia quando raggiunge tale triste consapevolezza, che accarezza l’idea del suicidio, nata quasi per caso, in seguito al ritrovamento, in soffitta, di una corda. Questa le riporta alla mente un vecchio ricordo infantile di un contadino, Ivan, impiccatosi al soffitto della sua izba. Eppure, nessun essere umano sceglie di togliersi la vita così tragicamente senza un sano ripensamento, quand’anche vano. Allora Varvara denuncia un’effrazione mai avvenuta alla porta della villa e tenta, anche se senza mostrare forza persuasiva, di farsi condurre con sé dal marito in un ennesimo viaggio di lavoro. Ma, falliti entrambi i tentativi, che pure mostrarono un fiacco attaccamento alla vita, Varvara accarezza la corda e tenta più volte di fare un buon nodo; dunque la indossa, inflessibile, come fosse una collana. E dopo un ultimo slancio di vitalità, quasi si trattasse di un atto dovuto, si uccide:

 

Ebbe fame a colazione, mangiò di gusto. S’intratteneva giovialmente coi domestici, e disse che, dato che il signore era partito, lei voleva star quieta, farsi un bel sonno: potevano dunque andare al cinema.  [] ogni paura era scomparsa da lei, sostituita da una golosa voglia di giocare, di giocare con la corda di Ivan. Con tutti le riuscì di fingere: col giardiniere, cui raccomandò di travasare, domani, le sue azalee bianche; coll’idraulico che accompagnò a controllare i serbatoi dell’acqua; colla sarta che chiamò al telefono per pregarla di mandarle subito, ma subito!, l’abito da sera che doveva indossare per pranzo. Posò il ricevitore e rimase un istante stordita dal gran frastuono che la occupava tutta: come un battito di tamburo accelerato. Lo rialzò, formò la prima cifra del numero telefonico di Elena. Era un gioco anche quello? Era una domanda di soccorso? Ristette. Decise che toccava a Elena chiamarla, che avrebbe aspettato mezz’ora: se entro quel termine l’amica non l’avesse chiamata, era segno… Si mise ad aspettare pazientemente, accanto alla finestra. Il frastuono si era placato, il suo sguardo vagava sulle aiole dei tulipani in boccio, saliva e scendeva per le chiome dei grandi alberi, lecci, cipressi. Erano robusti, bene accuditi, lei era stata una buona padrona per loro. A un tratto si accorse che il sole aveva lasciato la punta del cipresso più alto, e guardò l’orologio. La mezz’ora era passata.

    Elena non l’aveva chiamata, in quel momento essa pensava che Varvara preferiva essere lasciata ai suoi amici “divertenti”, un pretesto forse per godere di un buon pomeriggio di lavoro, senza interruzioni. Intanto Varvara si toglieva le pantofoline, si sfilava dal braccio sinistro le cinque catenelle di platino. Ivan dai piedi puliti le suggeriva come un corpo caduto dall’alto deve essere trovato, giusto con quel tanto addosso che non disturba chi deve seppellirlo. Fu lui a insegnarle il nodo più solido e a darle la forza di assicurare la corda alla balaustra.

 

    Ritorna, dunque, il tema più classico della letteratura: il suicidio; eppure, ritorna nella sua forma meno banale e meno scontata e, soprattutto, torna a mostrarsi con il suo volto inquietante. Non c’è tragedia ma solo un’inedia oblomoviana, non c’è catarsi né esistenzialismo esasperato ma solo fatalità. La vita e la morte, in questo racconto molto ben equilibrato nei toni e nello stile, si sovrappongono l’una all’altra in maniera del tutto casuale. E casuale sarà anche il prevalere dell’una sull’altra: se solo l’amica Elena avesse fatto quella telefonata attesa, non ci sarebbe stato suicidio; e la stessa idea del suicidio, poi, è talmente vaga da legarsi ad un ritrovamento fortuito di una corda qualunque, forse, per ironia, troppo simile a quella vista da bambina nell’izba.

    E’ una roulette russa  l’idea di togliersi la vita. “Se accadrà questo vorrà dire che…” una consequenzialità di eventi gioiosi o nefasti dettati da tutto tranne che dalla volontà. E sì, perché è esattamente questo il messaggio di questo racconto: la volontà umana è solo un miraggio, un’idea inconsistente e del tutto irreale. E se Varvara è personaggio scomodo, con quel suo continuo ribadire passiva “son fatta così”, oppure “son felice così” non ci si può esimere dall’ammettere che molta di questa sua inedia, esasperata forse da esigenze narrative, la si può riconoscere fatalmente – e fortunatamente nella maniera più blanda, - in molta parte del genere umano che rischia, ogni giorno, ogni momento, di accarezzare l’idea di non vivere più.

 

Francesca Branca

[Suicidio di Lucrezia, Cristoforo Serra, Olio su tela, cm. 130 x 117, Fondazione Cassa di Risparmio di Cesena ]
inserito da GalassiaLibri 10:57 - venerdì, 21 settembre 2007

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Commenti
#1    26 Settembre 2007 - 10:07
 
non avevo guardato su Anna Banti blog
me misera me lassa...
cris
utente anonimo

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